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VIRGINIA VITTOZZI

VIRGINIA VITTOZZI
VIRGINIA VITTOZZI
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi
VIRGINIA VITTOZZI
VIRGINIA VITTOZZI

Durante un periodo di riposo forzato, Virginia si toglie un calzino e, presa dalla smania di muovere almeno le dita, inizia a cucire: così, nasce il suo primo pupazzo. Ha sempre avuto un’indole creativa, da bambina desiderava diventare attrice o scrittrice. È nella tipografia del papà, a Bellegra, che scopre il piacere della manualità: “C’erano ancora i caratteri mobili, papà assemblava le lettere di piombo ed era bellissimo vederlo. Dopo scuola andavo lì a fare le costruzioni e c’era una stanza piena di striscioline di carta”. Si iscrive alla Facoltà di Architettura alla Sapienza Università di Roma, si appassiona ai lavori di Bruno Munari e di Enzo Mari – due designer che si sono avvicinati molto al mondo dell’infanzia utilizzando il processo creativo dei bambini - frequenta la Scuola Romana di Fotografia e Cinema, lavora alcuni anni come architetto, poi come fotografa di moda. Dopo aver rincorso più mestieri e più arti, trova il modo di ricongiungere le sue passioni, che ormai sono le sue abilità, in un calzino: il più prosaico tra gli accessori. L’intuizione è geniale: unire l’utile al superfluo, creare, a partire da un bene di uso comune – il più insipido tra i beni - un umile e grazioso pupazzo amato da tutti i bambini. Virginia è sempre in cerca di un calzino, “sono una patita, li compro dovunque”, li imbottisce e li cuce, “mi sento un’artigiana”, inventa un personaggio e scrive una piccola biografia di accompagnamento. “Sono stata sempre attratta dal modo in cui pensa un bambino”, mentre mi parla si accende. E non ha torto. La perspicacia dei bambini appare, a volte, quasi sospetta: un giorno, il nipotino di Virginia, tre anni, prende in mano uno dei “pupazzi calzini” e declama “Lui si chiama Podobis!” Ma il bimbo di ποδός e del greco antico ancora non sa niente...

 

La storia è stata raccontata da Anna Giurickovic Dato, scrittrice.

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