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ULTRA ARCHITETTURA

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Foto di Antonio Barrella
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Un triangolo scuro in mezzo al deserto. Le linee nette del waterfront di Porto Brandão, nei sobborghi di Lisbona. La trasformazione di un ex base NATO nei Balcani in un campus universitario moderno. Il progetto per uno stadio modulare a Tétouan, Marocco. Quando ho capito che non sarei riuscito a vedere di persona i ragazzi di Ultra architettura perché erano tutti in giro per l’Europa ho pensato che era giusto così, che niente avrebbe potuto tarpare una vena internazionalista così evidente. 

L’idea dello studio nasce nel 2012, a Frascati, dall’idea di Emanuela Ortolani, Michela Romano e David Vecchi, tre compagni di studi del corso di architettura della Sapienza di Roma, ai quali si aggiungerà qualche tempo dopo Emilia Rosmini, ingegnere. Da subito lo studio si propone alla stregua di un vero e proprio pontifex romano, una figura che aveva la capacità di gettare ponti tra diverse sponde, per permettere all’incomunicabile di essere compreso. È lo stesso ruolo di Ultra, capire e sublimare il passaggio tra un modo antico, solido, di intendere l’architettura e la vocazione esterofila, la passione per la competizione, per la ricerca sul campo. «La nostra è un’architettura materica, solida, monumentale, perfino nostalgica in un certo senso, che vuole dialogare con il territorio senza snaturarsi», mi dice al telefono Michela. Il lavoro e le idee vengono premiate: lo studio viene chiamato a cimentarsi nella progettazione del padiglione del Marocco alla quattordicesima biennale di Venezia, vincono il premio Federico Maggia, partecipano a Europan 12 e arrivano primi col progetto in Portogallo. Lo studio partecipa a molti concorsi nazionali e internazionali e ha collaborato con molti architetti stranieri. Il travertino come idea minima, la voglia di dare al territorio la possibilità di esprimersi col paesaggio che cambia, e l’idea che niente sia più interessante che costruire il futuro rispettando il passato, anche se è difficile come abitare un deserto.

La storia è stata raccontata da Matteo Trevisan, scrittore.

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