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Silvia Giambrone

Silvia Giambrone
Silvia Giambrone
Foto di Antonio Barrella
Silvia Giambrone
Silvia Giambrone

Una forbice/un piatto, uno spago/una lama… gli oggetti domestici si minacciano, silenziosi (Vertigo, 2015). Su una parete campeggiano allegri ricami all'uncinetto: la molecola dell'eroina (Eroina, 2012). Una donna cerca di applicarsi ciglia finte che sembrano piccole corone di spine (Eredità, 2008). Quella stessa donna si fa cucire sulla pelle un collare di macramè da un sarto che assomiglia molto a un chirurgo (Teatro anatomico, 2012). A Silvia Giambrone, giovane artista che prende ispirazione dalla propria vita e dai suoi misteri, che non cerca risposte ma solo domande, che legge poesia e testi filosofici, interessa la violenza.
La violenza come rituale domestico. Qualcosa di così interno al tessuto della vita da non essere più riconosciuta come violenza. Le interessa l'impercettibile, i punti di frizione potenti – ma sotterranei – che tendono a sfuggire, a diventare insospettabili. Sì, perché a questa ragazza gentile che sembra uscita da un quadro preraffaellita, interessa stare sul confine, luogo non di demarcazione ma di ambiguità (così umana, così vera), dove una cosa diventa il suo opposto e viceversa. Ed è difficile prendere posizione. Chi infligge violenza? Chi la subisce? Esistono davvero ruoli precisi?
La sua è denuncia delle piccole cose. Anzi, autodenuncia di prendere parte a questa ambiguità. Il linguaggio però è poetico, seducente, elusivo. Assomiglia a un sussurro. Quel sussurro dell'arte che forse dice di sentimenti universali, ma consente di parlare a uno sconosciuto come se fosse la persona che ami, alla quale dai tutto. E qui sta la dimensione politica per Silvia. Il personale è politico; la poesia l'ultima forma di resistenza. Modo per stare sul confine, in barricata. La poesia che scardina il conformismo, seduce con lentezza, lascia delle sospensioni. Ti sconvolge e ti fa guardare la realtà come se non l’avessi mai vista. Proprio come in quei versi di Gozzano: “I fiori mi paiono strani: ci sono pur sempre le rose, ci sono pur sempre i gerani…”.

La storia di Silvia Giambrone è stata raccontata da Gaia Manzini, scrittrice

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