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ROBERTO SPIGARELLI

ROBERTO SPIGARELLI
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Foto di Antonio Barrella
ROBERTO SPIGARELLI
ROBERTO SPIGARELLI

«Che cos’è il bello, allora?» chiedo a Roberto mentre – dopo aver finito il caffè – riunisce le mani e torna a guardarmi dall’altro lato del tavolino in un bar di Monteverde. Fuori piove a dirotto in una delle rare giornate veramente invernali di Roma. «Credo che il bello consista nel dare il meglio di se stessi, allo scopo di essere liberi», mi dice, e io un po’ ci rimango. È un ragazzo particolare, Roberto. Indossa un borsalino scuro, un gilet verde sopra una camicia bianca, la catena dell’orologio da taschino che pende dai jeans chiarissimi. Sorride sempre, ma con gli occhi sembra che mi scruti, come se cercasse di mandare a mente la forma della mia faccia, l’attaccatura delle basette, le rughe sulla fronte. Dev’essere deformazione professionale. La storia di Roberto è una storia frastagliata: comincia con una laurea in Scienze della moda, un periodo nel giornalismo musicale che lo porta a Londra, a lavorare in uno studio fotografico. È questa educazione al bello che, tornato in Italia, l’ha portato a provare a fare la barba ai suoi amici, quasi per caso.

Quando ha capito che quello era il suo mestiere si è messo in moto di nuovo e, di nuovo, ha cominciato a studiare e ha imparato da tutti: dalle botteghe storiche di Roma fino ai nuovi maestri di Oslo.

La sua prima sedia da barbiere se l’è costruita da solo, saldando a una piattaforma di una sedia da ufficio il sedile di una vecchia Punto. Poi sono iniziate le esibizioni. E l’idea di un barbificio che non fosse fermo in un punto ma che girasse per la città, che combinasse l’antica arte della barba, il relax, le nuove tendenze della moda e l’idea che presto si potrà chiamare con un’app il tuo barbiere a domicilio.

Oggi trasporta la sua sedia da barbiere ovunque lo chiamino, dalle serate nei locali fino ai centri commerciali.

Poco prima di salutarci mi dice che in realtà io e lui già ci conosciamo.

Ed è vero, io me ne ero dimenticato. «Tranquillo», mi fa mentre gli chiedo scusa, «è che io me le ricordo tutte, le facce che vedo».

La storia è stata raccontata Matteo Trevisani,scrittore,

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