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PINA
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Foto di Antonio Barrella
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Il calanco è un solco lungo, sottile e profondo scaturito dall'erosione delle acque di superficie e meteoriche che è tipico dei terreni argillosi. Loro due, che sono «designer e non stilisti di moda», hanno iniziato studiando e verificando le modulazioni di quei prodigi naturali e li hanno riportati su un capo spalla assecondando quelle venature accentuate al corpo umano.

Per questo PINA non è un progetto legato al business di moda, ma di disegno industriale, per questo la loro architettura dell'abito si cura dell'armonia e non delle analisi di un trend.

Si tratta, per Marta e Francesco, di progettazione modulare sul corpo umano.

Ciò di cui si occupano è l'architettura dell'abito, tra le loro influenze c'è il design di Nanni Strada, il modulor di Le Corbusier e il Bruno Munari di "da cosa nasce cosa".

Entrambi architetti, Francesco è di Matera, Marta è romana ma di origini lucane.

Lei ha studiato all'Accademia delle Belle Arti e si è laureata in Cultura e tecniche della moda, lui si occupa di production design.

La loro società si è aggiudicata il bando della Regione Lazio: “Sostegno e sviluppo di imprese nel settore delle attività culturali e creative”.

Pina è un’azienda che confeziona capi di abbigliamento femminile, avvalendosi esclusivamente di manodopera italiana e basandosi sui principi del “Life Cycle Design”. Moda etica e sostenibile.

Lo spreco di risorse è minimizzato, ottimizzando la vita dei prodotti.

Come si fa? Estendendo quella dei materiali. Intuizione e rigore. Grazie a un laboratorio di prototipazione digitale, con quella che oggi è definita industria 4.0: i tessuti in fibre naturali sono assemblati in modo ecocompatibile.

Pina realizza l’architettura di un abito ripetibile, modulabile, industrialmente e produttivamente sostenibile attraverso una filiera in grado di snellire e alleggerire i passaggi.

Tutto questo, neanche a dirlo, in accordo con un design plasmabile sul corpo umano, certamente non costretto in taglie particolari o succube di mode stagionali.

La storia è stata raccontata da Gabriele Di Fronzo, scrittore.

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