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Livia Lazzari

Livia Lazzari
Livia Lazzari
Foto di Antonio Barrella
Livia Lazzari
Livia Lazzari

Lapilli. All'inizio erano grosse collane berbere. Anelli pesanti intorno a dita dalla pelle scura. Orecchini agganciati a lobi elastici e pendenti. I gioielli erano la parola muta della persona, una parola che diceva: eccomi, questa collana è il mio racconto. Livia Lazzari coglie questa parola ed è così che si è avvicinata ai gioielli: con l'archeologia e l'antropologia, grazie a una curiosità profonda che viene prima dalla pancia, poi dalla testa, e che diventa materia solida attraverso le dita. Livia all'inizio non li indossava, i suoi gioielli. Poi ha cominciato a mettere gli anelli alle dita, le collane al collo. Ha scoperto che anche i simboli hanno bisogno di una traduzione, e allora ha forgiato la materia secondo un bisogno che agganciasse la gente ovunque.

I suoi gioielli dovevano portare il messaggio di antiche, sotterranee viscere che appartengono all'uomo dall'alba dei tempi, ma tradotto nei tempi moderni. Lapilli e zolfo, cenere e argento, il metallo delle ere antiche, in cui il bronzo, il ferro, il rame diventano la nuova parola dell'uomo. Il metallo è la materia che preferisce: non si ostina in una sola forma ottusa ma può cambiare infinitamente. Ed è in questa infinità che Livia trova le sue forme: intricati arabeschi che si arrotondano al collo, piccoli vulcani intorno alle dita, sottili ghirigori che formano una fronda ramata sul polso. È grazie a questa strada di ciottoli antichi, storie sciamaniche, suggestioni primitive, che Livia ha portato il suo marchio Voodoo a imporsi come una pietra preziosa. I suoi clienti li ha trovati con fatica e dedizione, in soli 4 anni con 6 collezioni.

Voodoo è presente in Libano, Kuwait, Francia, Germania, Paesi Bassi, oltre che in Italia. A Roma, vorrebbe aprire il suo laboratorio e atelier, perché è anche in Italia che vuole far crescere il suo marchio. Agli italiani vorrebbe dire: il pregio dell'oggetto non sta nel luccichio imbonitore degli ori e delle pietre sfavillanti, ma nella mano che lo crea.

La storia è stata raccontata da Rossella Milone, scrittrice

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