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LIBRIMMAGINARI

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La storia letteraria insegna che esistono le cosiddette bibliografie dell'assurdo. La più famosa è quella stilata da Rabelais nel Gargantua e Pantagruel, dove sono elencati più di cento libri di fantasia appartenuti alla Biblioteca dell'Abbazia di San Vittore. Libri immaginari, mai stampati da nessuno, che tuttavia rimandano a una scrittura del possibile e agli infiniti universi che da un testo si possono generare. La cosa non deve stupire: il confine tra possibilità e realtà in letteratura è molto labile. Lo sanno bene Marcella Brancaforte e Marco Trulli, direttori artistici di Librimmaginari, il festival organizzato dalla sezione Arci di Viterbo e dedicato alla promozione del libro illustrato di qualità.

La particolarità di questo festival, ma direi anche il suo valore culturale, consiste nel creare i tempi e l'attenzione necessari a soffermarsi sui libri e sulle loro contaminazioni, sviluppando in parallelo anche momenti laboratoriali e performativi con l'aiuto delle associazioni del territorio. È un festival verticale, che alla pura divulgazione e al generalismo mainstream preferisce l'approfondimento a più angolazioni, come dimostra anche la scelta di proporre ogni anno un percorso a tema. Quello dell'ultima edizione, la quinta, tenutasi tra marzo e maggio 2015, è stato Avventure dello sguardo; un sottotitolo bellissimo che allude alla volontà di esplorare il viaggio e il paesaggio attraverso cartografie immaginarie realizzate da artisti di varia età e provenienza, tra cui molte giovani promesse dell'illustrazione.

Librimmaginari diventa così una manifestazione fatta di convergenze e sinergie; non solo "un festival per bambini, dai due ai novant'anni", come lo definisce Marcella, ma anche un contenitore di esperienze che tentano di raccontare mondi alternativi e visionari con la sola forza dei disegni e delle parole. Perché un libro esista è sufficiente che sia possibile, scriveva Borges; se poi lo corrediamo d'immagini rischiamo anche di farlo diventare reale.

La storia di Librimmaginari è stata raccontata da Giorgio Nisini, scrittore

 

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