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Davide Dormino

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La scultura che smuove gli animi
Davide Dormino
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“Credo sia il corpo a dirci cosa fare nella vita. Ascoltarlo significa capire verso cosa siamo predisposti”. Con queste parole ci accoglie Davide Dormino, eclettico artista di origini viterbesi e dal curriculum internazionale; uno scultore underground, che non ha paura di esprimere il suo pensiero. Lui non teme di alzarsi da quella ‘sedia’ comoda sulla quale molti si adagiano perché non hanno il coraggio  di ribellarsi a un sistema sbagliato, nel quale siamo sempre più inglobati. E in fondo che cos’è la scultura se non movimento, un pensiero in continuo divenire, che le mani più abili riescono a plasmare?
 
Come è nata la tua passione per la scultura?
Credo sia il corpo a dirci cosa fare nella vita. Se siamo in grado di ascoltarlo veramente capiremo quello verso cui siamo predisposti. Per me la scultura era proprio un’esigenza fisica più che mentale. La velocità, il movimento, mi hanno sempre affascinato e questa forma di arte dà l’opportunità di muoversi, di camminare. Perché bisogna camminare intorno alla scultura, allontanarsi e poi di nuovo avvicinarsi.
 
Il corpo ha quindi prevalso sulla testa nella tua scelta di vita professionale?
Sì, il corpo mi ha sempre guidato. Le mani ovviamente assecondano un pensiero quindi diciamo che quando si fa scultura c’è un ponte tra cuore, testa e stomaco, inteso come luogo del sentire.
 
Quali sono i materiali che utilizzi di più nei tuoi lavori?
Bronzo, marmo e ferro, i materiali per eccellenza legati alla scultura. Sono i tre sostantivi che più uso nel mio ‘linguaggio’ artistico e con i quali amo esprimermi nel mio lavoro.
 
Si può fare per te questo mestiere oggi in Italia?
Secondo me nella vita si può fare tutto. Questo lavoro si può fare, la differenza sta in quello che abbiamo da dire. Tante persone hanno cose interessanti da diffondere, ma poi non trovano il modo opportuno per tradurre questo pensiero e renderlo visibile agli altri. L’opera d’arte ha infatti un senso quando entra a far parte della collettività, quando si fa una cosa che abbia senso anche per gli altri. Ecco perché sono amante di un certo tipo di arte pubblica e questo è anche il motivo che mi ha spinto poi a creare l’opera “Anything to say?”.
 
Un lavoro questo che sta riscuotendo successo per tutta l’Europa…
È un monumento itinerante che gira nelle piazze perché è pensato per tutti soprattutto per il messaggio artistico, filosofico e politico che c’è dietro. 
È il manifesto del mio pensiero. Tutto quello che ho fatto negli anni precedenti mi ha portato a creare “Anything to say?”. L’opera nasce con l’intento di ricordare a tutti quanto sia importante sapere, essere informati di quello che accade: solo conoscere come stanno realmente le cose ci dà poi l’opportunità di scegliere da che parte stare. 
La scultura celebra in realtà un gesto semplice, quello di stare in piedi su una sedia, ma che cela in sé un messaggio importante; la sedia infatti è un oggetto di uso quotidiano che ci fa stare comodi ma il punto è proprio questo: quando stiamo troppo comodi abbiamo difficoltà ad evolverci. È proprio l’atto di alzarci, a cambiare il nostro punto di vista. Certo fa paura all’inizio,  ma il segreto sta proprio nell’uscire dalla nostra zona di confort.
 
Come si è tradotto questo tuo messaggio nell’opera?
Ho scelto tre personaggi che definisco tre eroi contemporanei:Edward Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning. Loro seppur controversi hanno avuto la capacità di sfidare il sistema e sradicare dei meccanismi e per questo stanno pagando un prezzo altissimo. La quarta sedia, vuota, è proprio diretta a noi; è un invito a salirci in piedi per assumerci finalmente la responsabilità delle nostre scelte.
 
Come sei riuscito a portare il tuo lavoro fuori dall’Italia portando il tuo messaggio in giro per l’Europa?
La vera domanda è come sono riuscito a portarlo in Italia, dato che sono proprio partito dall’estero. Sono contento che ora “Anything to say?” sia stata scelta come simbolo dell’edizione 2016 del Festival del giornalismo di Perugia. Per tornare alla tua domanda, diciamo che grazie all’idea di un amico giornalista, Charles Glass, a una serie di figure illuminate, a mecenati e donatori che mi hanno aiutato, sono riuscito a creare questa opera anche molto costosa, facendola partire circa un anno fa da Berlino, nella storica Alexanderplatz, e a farle spiccare poi il volo in altre sette-otto tappe europee. 
 
Qual è il motivo del successo di “Anything to say’”?
La sua chiarezza:  la gente capisce subito, è diretta, e di grande attualità.
 
Qual è l’opera che ti rappresenta di più fino ad oggi?
Con il mio lavoro cerco di mettere in contatto le persone. Considero i miei lavori un po’ come dei vettori che collegano un più a un meno, realtà e problematiche differenti. Per citarne alcune posso dire di essere molto legato a “Lontanodentro” così come a “Poltergeist”, una fila di chiodi romani saldati uno sopra l’altro, e alla “Scala reale” presente al MAAM. Una scala distrutta che ho ricoperto di ferro con 33 gradini, un numero simbolico straordinario. E io li ho numerati con l’idea che ogni giorno tutti i bambini che vi salivano o scendevano potevano imparare a contare. Un lavoro simbolico perché la scala è anche ascesa o discesa.
 
Progetti futuri?
Sto lavorando a una mostra molto interessante che si terrà in Francia, in Borgogna, in un carcere panottico abbandonato: si tratta di un tipo di architettura di questi ambienti che nasce dalla considerazione della pena corporale come forma di controllo delle menti dei prigionieri. In quel caso chiamerò una serie di artisti per lavorare sul tema della libertà,  il concetto prediletto da chi fa il mio mestiere.
- SPAZI E LAVORI -
Lo trovi qui: via Alipio 13, Roma
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