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KARAWAN FESTIVAL

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Foto di Antonio Barrella
KARAWAN FESTIVAL
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Carla Ottoni si è inventata Karawan, un festival cinematografico sui generis che ospita in cartellone soltanto commedie d'autore. Sono bandite invece le storie drammatiche. “Non abbiamo l'ambizione di denunciare ma di integrare – racconta la direttrice che con Claudio Gnessi e Alessandro Zoppo ha dato vita nel 2012 nel quartiere romano di Torpignattara alla rassegna – non vogliamo spiegare ma divertire”.

Al Karawan si rovesciano gli stereotipi dei grandi festival dove regna soltanto il dramma e la disperazione. Nelle edizioni passate del piccolo festival romano si sono alternate storie di formazione e racconti di viaggio, documentari italiani e film sulla migrazione, comune denominatore il tono leggero. Il lavoro di ricerca  e di scelta dei film viene fatto grazie al web riuscendo a ottimizzare i costi: le opere arrivano da Cina, Romania, Brasile, Bangladesh, Svizzera, Azerbaijan, Ruanda. Il pubblico è trasversale, da quello locale alla comunità rumena, araba e cinese per cui vengono organizzate rassegne monotematiche. “Siamo trapezisti senza rete – spiega la Ottoni che ha lavorato per anni al Med Film Festival e al Festival dei Corti di Capalbio – avendo altri lavori Karawan è molto legato a quello che riusciamo a fare. Allestito programmi di cinque giorni e cose saltuarie. Ora stiamo lavorando a una rassegna su Bollywood”.

L'altro tema di Karawan è la riappropriazione di spazi pubblici: le opere sono state proiettate su muri, ex aule, retro di locali, e altri luoghi insoliti pur di colmare la lacuna di location a disposizione. Anche per questo Karawan è itinerante: “Abbiamo inaugurato il multisala di Torpignattara, allestendo uno schermo al Parco Sangalli per proiettare l'omaggio a Claudio Caligari con Amore Tossico”. A conferma che il progetto legato al quartiere di Torpignattara ha un'anima e una vocazione internazionale spiccata, la prima campagna di crowdfunding ha ottenuto donazioni dalla Russia, dal Belgio, dall'Europa centrale e dagli Stati Uniti. 

La storia è stata raccontata da Stefano Ciavatta, scrittore

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