SEGUICI SU
Indietro

Je suis l’autre

Je suis l’autre
Je suis l’autre
Giacometti, Picasso e gli altri
Je suis l’autre
Je suis l’autre | Giacometti, Picasso e gli altri

La mostra a cura di Francesco Paolo Campione con Maria Grazia Messina è concepita come un viaggio all’interno di aree tematiche, che corrispondono ai principali caratteri dell’esplorazione interiore che accomunò gli artisti del Novecento all’arte delle culture da cui presero spunto.

La mostra -promossa dal Museo Nazionale Romano, diretto da Daniela Porro, e dal Museo delle Culture di Lugano con Electa- è allestita nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano. Il progetto conferma la vocazione di questi monumentali spazi ad accogliere grandi mostre di arte moderna e contemporanea.

Alla fine dell’Ottocento, l’irruzione sulla scena mondiale delle culture nonoccidentali, produsse, nel campo delle arti, una vera rivoluzione: si estese l’universo delle fonti per gli artisti e crebbe il desiderio di oltrepassare visioni e schemi che il realismo europeo aveva ereditato da quattro secoli di riflessione estetica. Fu un «incontro fatale» che, lungi dal creare una frattura creativa, generò una feconda apertura culturale e la prima vera convergenza del mondo nell’arte.

Particolarmente sovversiva, più feconda e più duratura fu la relazione con le arti etniche e popolari, i cui linguaggi, soltanto apparentemente ingenui, furono capaci di comunicare senza mediazione il rapporto dell’umano con il divino e il soprannaturale. Un’arte rivelatrice di tensioni e bisogni profondi dell’individuo, in grado di entrare senza paura nel mondo del mito e nella sfera dell’utopia, anche quella politica.

Furono almeno tre intere generazioni di artisti, che vi aderirono soprattutto in virtù di un percorso di ricerca personale. Nel volgere di pochi decenni gli aspetti esteriori delle cose furono così travolti dall’irruzione d’inusitati generi d’arte, che non soltanto schematizzavano o deformavano i corpi, sino a renderli irriconoscibili, ma che - componendo insiemi prima ignoti - andavano in qualche modo autonomamente in cerca del proprio significato.

La scultura della prima metà del Novecento dovette combattere tenacemente per affermare che la fedeltà all’apparenza non poteva essere più considerata a priori la misura dell’arte. Sculture che, liberatesi definitivamente da ogni inibizione ideologica, incarnavano entità che cercavano un loro proprio principio di giustificazione. Fu un tormento che trovò nella materia stessa il suo fondamento primario e, al contempo, fu una liberazione che affrancò per sempre la scultura occidentale dal conformismo della fisionomia.

Il catalogo dell’esposizione edito da Electa, a cura di Francesco Paolo Campione e Maria Grazia Messina, comprende numerosi saggi e una ricca antologia sulle «arti primitive» viste dagli artisti e dagli intellettuali del Novecento, offrendo un’ampia e documentata visione multifocale dei significati e dei valori delle opere in mostra e, più in generale, del tema del Primitivismo nell’arte del XX secolo. 

Immagini Correlate