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GIULIA VENANZI

GIULIA VENANZI
GIULIA VENANZI
Foto di Antonio Barrella
GIULIA VENANZI
GIULIA VENANZI

La passione è un imbuto pieno di vortici che molto spesso sembra allontanarti dalla tua voce ma che, di fatto, ti ci sta conducendo: lo sa bene Giulia Venanzi che ha perfino preso una laurea in Lettere Moderne prima di arrendersi al suo stesso sguardo, iscriversi alla triennale in Visual Communication presso lo IED di Roma e frequentare, grazie all’International Exchange Program, un semestre alla School of Visual Arts di New York. Tornata in Italia, pensava di dover ripartire e, invece, ha iniziato subito a fare l'assistente per molti fotografi e ha anche fatto la reporter per un politico in campagna elettorale, prima di puntare i suoi occhi dove desiderava.

«Facevo i ritratti, fotografavo le persone fisiche, poi mi sono resa conto che non era quello che volevo, che la controparte psicologica del soggetto che avevo di fronte non mi interessava. Preferivo essere regista e creatrice, preferivo gli oggetti inanimati, sia nella loro realtà stringente che nella possibilità di una trasfigurazione», mi ha spiegato Giulia, mentre bevevamo una centrifuga e parlavamo di pomodori pachino.

E così, l'obiettivo della sua macchina fotografica si è concentrato su stanze, appartamenti e ville, ritratti per aziende che si occupano di vendita e affitto (come One Fine Stay) o per architetti e restauratori e poi sul cibo con foto per ristoranti, catering, aziende agricole, realtà come il Consorzio Ciociaro, giornali come Il Gambero Rosso e social dinner, come nel caso di VizEat.

Dal 2012, però, il cibo è diventato anche altro per Giulia che ha creato Conceputal Food, una serie fotografica work in progress che è stata già premiata in vari concorsi internazionali e che si basa sulla trasfigurazione del cibo che diventa un materiale nuovo: scatti che trasformano il pane in terreno lunare o le zucchine in una camicia bruciata, un lavoro di ricerca e racconto che fonde nella sintesi della sua estetica compositiva un'idea di mondo che, per lei – e ora anche per me –, ha decisamente la forma di un pachino.

La storia è stata raccontata Elisa Casseri, scrittrice.

- SPAZI E LAVORI -