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GIOVANNI CLEMENTE WHITE

GIOVANNI CLEMENTE WHITE
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Foto di Antonio Barrella
GIOVANNI CLEMENTE WHITE
GIOVANNI CLEMENTE WHITE

A cavallo tra il 2013 e il 2014, Veronica, Giovanni e Giuseppe terminano la loro esperienza professionale in una grande azienda di abiti da sposa. Ma il momento di crisi sollecita in loro una reazione così potente da determinare una svolta: complice la nostalgia per i tessuti bianchi, nel settembre del 2015 fondano Giovanni Clemente White. Il marchio veicola un messaggio molto preciso: quello delle cerimonie nuziali non deve essere un settore necessariamente tradizionale,

fatto di abiti bianchi sempre uguali a se stessi. «Quando disegniamo, quando cuciamo, abbiamo in testa l’alta moda e nient’altro, per questo motivo parliamo di alta moda in bianco. Sappiamo cosa vogliono le nostre spose: non l’abito tradizionale ma un capo particolare, esclusivo, alla moda, per farle sentire uniche, differenti dalle milioni

di spose che si sono susseguite dalla notte dei tempi».

I vestiti disegnati da Giovanni Clemente sono realizzati a mano da sarte con decenni di esperienza nell’alta moda, utilizzando tessuti prodotti in Italia grazie ai quali il risultato finale si colloca su standard qualitativi altissimi.

In attesa della seconda collezione, prevista per maggio 2017 — in quello che si preannuncia come un anno fondamentale del loro percorso — c’è tempo per pensare al futuro: «per la nostra azienda l’obiettivo più importante è la creazione di una sartoria: un laboratorio, una “fabbrica lenta” dove lavorare in armonia, con amore e dedizione verso le stoffe e i vestiti. È un modo per alzare ulteriormente i nostri standard, ma anche per salvaguardare un mestiere sempre più lontano dagli interessi delle nuove generazioni. Per fare questo ci piacerebbe — un giorno speriamo non troppo lontano — fondare un’accademia in grado di lavorare in sinergia con la maison».

L’attività di Giovanni Clemente White è un lavoro coraggioso. Grazie a lui e ad altri talentuosi giovani stilisti, l’alta moda a Roma può ancora dire la sua.

La storia è stata raccontata da Andrea Pergola, scrittore.

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