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FABIO PERSICO

FABIO PERSICO
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Foto di Antonio Barrella
FABIO PERSICO
FABIO PERSICO

«Alla fine l’ho capito anche io. Avevo riempito la mia vita di merda, di cose inutili. Allora mi sono guardato nelle tasche e ho detto: ecco quello che sei». Ogni tanto capita, di parlare con una persona e dirsi che in realtà si sta parlando un po’ con se stessi.

Con Fabio è stato così: al telefono, mentre io lo riempivo di domande, lui ogni volta mi rispondeva con la chiara voce entusiasta di chi ha in mente un futuro brillante e ha tutta l’intenzione di procederci dentro, dritto e luminoso.

Terracina, classe ‘83, una laurea in art direction e poi tanto cinema, tanta arte, tanti viaggi. Una vita declinata attraverso le storie degli altri.

Quando mi parla di Pocket Project, il racconto delle persone attraverso l’occhio di una telecamera prendendo come spunto gli oggetti che hanno in tasca, mi viene da pensare che è un fantastico dispositivo del sé, un modo per entrare in contatto con le persone, per metterle nella condizione di poter dire quello che sanno di loro stesse.

È una cosa che vorrei fare a chi amo, per mettere alla prova quello che ho imparato delle voci che le abitano. Fabio nasce come illustratore, è una di quelle persone instancabili, che si svegliano all’alba, che hanno la dote rara di riuscire a mettere quello in cui credono in quello che fanno. Dopo gli studi e i primi lavori si innamora dell’arte di JR, e decide di investigare l’aspetto antropologico che sta dietro a ogni arte (se è vero che ogni arte parla sempre di una cosa sola: l’umano).

Porta il suo progetto a New York, e poi in Italia, girandola in macchina con Giulia, la sua compagna. «Una volta ho chiesto a due signori muti di farmi vedere quello che avevano in tasca. Avevano due fave, un coltello e un messalino rovinato. Dovremmo dare a noi stessi il permesso di fare i conti con la stessa semplicità, con la stessa leggerezza». 

Quando attacco e mi frugo nelle tasche per vedere cosa avrei raccontato io, mi viene da pensare che è questo, il futuro: una tasca che ha bisogno di essere svuotata.

La storia è stata raccontata da Matteo Trevisani, scrittore.

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