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CHIARA IACOBELLI

CHIARA IACOBELLI
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Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi
CHIARA IACOBELLI
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È possibile trovare bellezza lì dove nessuno la cerca? La moda, che con le sue regole esercita un forte potere di inclusione sociale, può farsi ispirare dall’emarginazione? Chiara Iacobelli ne è convinta e con la sua Capsule di abiti “An Akward Beauty” ha reinterpretato i criteri estetici tradizionali prendendo spunto da reietti e borderline. “Il progetto nasce come tesi di diploma per il master al Polimoda di Firenze. Sono partita da una ricerca sul teatro No¯ giapponese in cui gli attori, per accrescere il volume del corpo, indossavano diversi kimono, uno sull’altro, e mettevano sul volto una maschera per richiamare i defunti sulla terra”, afferma Chiara. La ragazza studia poi l’etimologia del termine maschera, che deriva dalla voce preindoeuropea masca che significa: fantasma nero. “Mi sono chiesta chi fossero i fantasmi di oggi, gli invisibili che nessuno considera. Ho pensato ai malati di mente e ai barboni. Anche loro, per rispondere a istinti compulsivi o per difendersi dal freddo, si vestono a strati”. Chiara viene colpita anche dagli scatti della fotografa americana Diane Arbus che ritraggono gli ospiti di una casa di igiene mentale travestiti per Halloween con maschere di carta e mucchi d’indumenti. “Ho creato cinque outfit e riprodotto con varie textures quella stratificazione tipica del teatro No¯ e dell’abbigliamento degli emarginati. Ho utilizzato tessuti di varia pesantezza come la seta, il velluto, la canapa e disegnato abiti che sembrano bozzoli”. Oltre a scegliere attentamente i materiali, Chiara ha impreziosito la sua collezione con lavorazioni come il dévoré e la stampa su plissé. “Pezzi unici in grado di rafforzare l’identità di chi li indossa. Per comunicare che la bellezza può uscire dai canoni e seguire altre strade. Anche quelle scomode e dimenticate”.

La storia è stata raccontata da Serena Berardi, scrittrice.

- SPAZI E LAVORI -