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ALESSIA PETITTO

ALESSIA PETITTO
ALESSIA PETITTO
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi
ALESSIA PETITTO
ALESSIA PETITTO

Ci sono storie difficili da raccontare per la loro densità, per la loro importanza. Perché vogliamo renderle come si deve. Tutto quello che Alessia Petitto mi ha raccontato mi sembrava prezioso, ma allo stesso tempo complicato da riportare. Quella di Alessia non è una startup né un’azienda. Ha alle spalle un percorso che sulle prime potrebbe apparire disordinato. Ha 34 anni e ha studiato archeologia dell’Asia Centrale, influenzata dalla scrittura di Terzani. Poi capisce che la sua laurea sarebbe stata difficile da spendere e, prima che la passione la porti a un punto morto, cambia tutto. S’iscrive alla Scuola Holden di Torino e apprende tecniche narrative. Tornata a Roma, muove passi verso un’altra direzione ancora, facendo ricerca di immagini d’archivio per una casa di produzione: inizia a rendere visivi i concetti. Inaspettatamente, le tornano utili il suo pensare per strati e lo scavo come modus operandi dell’archeologa. Comincia a riconoscersi e a rendersi conto che stava facendo qualcosa di grande, costruendosi addosso il suo mestiere ideale. Dopo sei anni, e con un contratto a tempo indeterminato, sente che non sta crescendo come vorrebbe. Si licenzia e prende a lavorare per sé, come ricercatrice d’archivio freelance. Passa al setaccio ore e ore di filmati di repertorio cercando storie, testimoni, documenti. E le case di produzione non se la lasciano scappare perché intuiscono il valore di una persona che ha il coraggio di seguirsi. Alessia ha chiamato il suo progetto “Eyes on archives”: tiene d’occhio quaranta archivi nazionali ed europei e media tra loro e le case di produzione con cui collabora.Lucidissima, mi dice: “Io risuono di qualcosa, mi porto dietro un certo senso della storia”. Qualcosa di unico, che non le può essere rubato. E che fa parlare.

La storia è stata raccontata da Martina Germani Riccardi, scrittrice.

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